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lunedì 20 agosto 2018

Sting, la Bekaert, il Fondo Comunista e un cocomero



LAVORIAMO INSIEME AI BACINI CARBONIFERI

Questo posto è cambiato in modo utile
La vostra teoria economica ha detto che sarebbe stato così
E' difficile per noi capire
Non possiamo lasciare i nostri posti di lavoro nel modo che dovremmo
Il nostro sangue ha macchiato il carbone
Abbiamo scavato gallerie nel profondo più profondo dell'anima della nazione
A noialtri c'importa ben più che dei soldi
La vostra teoria economica non ha nessun senso

Un dato giorno dell'era nucleare
Potranno capire la nostra rabbia
Costruiscono macchine che non sanno controllare
E seppelliscono le scorie in un enorme buco
L'energia doveva diventare economica e pulita
Ma il carbonio 14 è mortale per dodicimila anni
Lavoriamo insieme ai bacini carboniferi

Il bacino carbonifero sta sottoterra
Tre milioni di anni di pressione lo hanno compattato
Camminiamo attraverso antiche terre boschive
E con le nostre mani diamo luce a mille città
Le vostre fabbriche buie e sataniche
Hanno reso inutile la nostra abilità lavorativa di minatori
Non potete scambiare una vena di 15 centimetri
Con tutti i fiumi avvelenati nel Cumberland

Un dato giorno dell'era nucleare
Potranno capire la nostra rabbia
Costruiscono macchine che non sanno controllare
E seppelliscono le scorie in un enorme buco
L'energia doveva diventare economica e pulita
Ma il carbonio 14 è mortale per dodicimila anni
Lavoriamo insieme ai bacini carboniferi

Le nostre vite di esseri coscienti affondano
E voi vi arrampicate sulla vostra montagna mentre noi dormiamo
Questo modo di vivere è parte di me
E non ha prezzo, quindi lasciatemi stare e basta
E se i bambini piangeranno
Il mondo che gira farà la ninna nanna alle loro anime
E quando sarete sprofondati senza lasciare traccia
L'universo mi riassorbirà al giusto posto

Un dato giorno dell'era nucleare
Potranno capire la nostra rabbia
Costruiscono macchine che non sanno controllare
E seppelliscono le scorie in un enorme buco
L'energia doveva diventare economica e pulita
Non si erano mai viste facce sporche
Ma il carbonio 14 è mortale per dodicimila anni
Lavoriamo insieme ai bacini carboniferi.


E' una vecchia canzone di Sting, del 1985, un anno dopo lo sciopero dei minatori inglesi stroncato da Margaret Thatcher. Inviteremmo ad ascoltarla e a rileggerla con attenzione, nonostante non sia tra le più conosciute. Ci siamo anche azzardati a farne una traduzione italiana, nonostante l'inglese di Sting non sia tra i più facili.

E', al tempo stesso, una riflessione generale e un omaggio a Sting, che pochi giorni fa ha preso armi, bagagli e strumenti ed è andato alla Bekaert di Figline Valdarno a improvvisare un concerto per gli operai in lotta di quella fabbrica. La solita storiaccia di multinazionali, di delocalizzazione e di capitalismo che sta su tutti i media. Non ve la vogliamo raccontare, sarebbe inutile: visto che perdete oramai il 95% del vostro tempo a sparare e leggere cazzate sui vostri telefonini e sui vostri social di merda, documentatevi visto che ne avete tutti i mezzi.


Ora vi vogliamo raccontare una storia.

Alcuni giorni fa, come forse saprete dal leggere questo blog e/o la pagina Facebook, c'è stato il "Ferragosto a I' Rovo" organizzato dal Fondo Comunista, dal Fronte di Lotta No Austerity e dalla CUB Firenze. Alla fine dell'iniziativa, sono avanzati alcuni enormi cocomeri di una ventina di chili l'uno. Uno dei compagni del Fondo Comunista, che abita non lontano da Figline sebbene in culo al diavolo e lassù dove osano le aquile, si è preso la briga di prendere uno di quei cocomeri e di portarlo agli operai della Bekaert in lotta, che anche nei giorni di Ferragosto hanno presidiato la Bekaert delocalizzata. Secondo quanto ha raccontato il compagno, S.D. (che non sono le iniziali di "San Domenico", ndr a scanso di ogni ipotesi di cristiana carità), gli operai in lotta hanno gradito molto quel piccolo, grande gesto.

Un gesto di solidarietà non immateriale. Il concerto improvvisato di Sting è andato, giustamente, sui giornali; il cocomero del Fondo Comunista, del Rovo, del Fronte di Lotta No Austerity e della CUB Firenze, al massimo, va su questo blogghino minimo come le sue Case. Eppure è importante ed è capace di stimolare qualche riflessione, anche e soprattutto fra noialtri.

In un'altra canzone, che il suo autore non potrà purtroppo andare mai a cantare alla Bekaert perché è morto, si diceva una cosa semplice e fondamentale: "Se io sto con chi lavora, io non sto con il padrone". Si chiamava Ivan Della Mea, e la canzone si chiama: "Rosso un fiore". E siccome siamo in vena di canzoni, ve la facciamo pure (ri)ascoltare:


Ora, le riflessioni tra noialtri, sull'essenza del collettivo in sé e di un collettivo che si dice Comunista in questo tempo disgraziato e di fascismo dilagante, sono cose che dovremo affrontare profondamente e ammodino nei prossimi tempi a venire, diciamo a partire dalle prossime due ore. Rivendicare e portare avanti realmente un'esperienza di collettivo, peraltro non nata ieri, in modo che abbia un senso interno e esterno. Situarci. Collocarci. Agire, e agire facendola finita una buona volta con tutta una serie di melme che, in parte, ci siamo visti piovere addosso, e in altrettanta parte ci siamo piovuti addosso da soli. Autocritica, essenza dell'azione e della vita collettiva! Avere sempre chiaro non solo da che parte stare, ma in che modo starci e in che modo fattivo, sia pure per un cocomero o una canzone. E starci in qualsiasi situazione, in qualsiasi lotta, in qualsiasi conflitto sociale. Senza lagne sull' "essere pochi", ché di queste lagne di autogiustificazione e di autoassoluzione sarebbe ora di fare un fagotto e di bruciarle.

L'azione collettiva significa questo; solidarietà e gesti pratici. Che siano di Sting o che siano del Cocomero. Che siano alla fabbrica occupata o che siano in un quartiere proletario dove serpeggia il naturale fascismo del proletariato abbandonato a se stesso. Altrimenti, sarebbe inutile andare avanti. Tanto varrebbe rinchiudersi nelle delusioni, negli ammòri, nei finti "futuri" giovanili, nella vita virtuale, nel controllo padronale così rassicurante, in ogni cosa. Per l'intanto, un Cocomero portato da periferia a periferia, e anche delle canzoni. Rivendichiamo con orgoglio tutto questo. Lo rivendichiamo anche al di là del gesto, forse improvvisato ancorché dettato dalla storia e dalla vita di un Compagno. Lo rivendichiamo col nostro nome, che è nome di Rivolta. E il nome di Rivolta è: Superare l'esistente.

lunedì 15 gennaio 2018

Quindici gennaio


"Fuori dell'aula, sulla strada,
ma in mezzo al fuori, anche fuori di là
ho chiesto al meglio della mia faccia
una polemica di dignità.
Tante le grinte, le ghigne, i musi,
vagli a spiegare che è primavera
e poi lo sanno, ma preferiscono
vederla togliere a chi va in galera."

Fabrizio De André.

mercoledì 4 ottobre 2017

In margine alla "Cena Guevariana" del 7 ottobre. Una canzone.


Katerina Gogou.

Di canzoni dedicate a e scritte sul Che Guevara, ce ne sono probabilmente a centinaia, scritte in tutte le lingue del mondo. La più famosa è probabilmente quella scritta da Carlos Puebla nel 1965, che abbiamo riportato anche nel "chiamo" della Cena Guevariana al Fondo Comunista del 7 ottobre. Però, in questo post "in margine", si vorrebbe ricordare quella che, almeno a parere di chi scrive, è la più bella e sconosciuta di tutte. Bella, sconosciuta e differente; è una canzone, seppure esplicitamente dedicata al Che, dove non lo si nomina nemmeno per nome. Lo si chiama solo "compagno".

La scrisse, nel 1977, una poetessa e attrice anarchica greca, Katerina Gogou. Ebbe una vita tragica, tra le violenze subite da ragazzina, l'abuso di alcool e droghe, l'allontanamento forzato della figlia, gli arresti, la militanza, la solitudine; morì suicida il 3 ottobre 1993, nel quartiere di Exarchia ad Atene dove era nata e vissuta. Non è sicuramente un caso che il film più famoso che ha interpretato, Parangelià, sia dedicato alla storia di Nikos Koemtzìs, avvenuta nel febbraio del 1973 (in piena dittatura) in un localaccio ateniese. Non conoscete questa storia? Cliccate sul link e andate a vedere.

In realtà, la poesia scritta nel 1977 da Katerina Gogou sul Che Guevara, di cui allora ricorreva il decennale dell'assassinio, è molto lunga; la potete, se volete, leggere qui nella sua interezza e fareste bene a farlo. E' diventata una canzone, straordinariamente bella sebbene "abbreviata", solo nel 2012, musicata da Nikos Kallitsis e cantata da Martha Frintzila in un album interamente dedicato a Katerina Gogou. La poesia e la canzone si chiamano in greco: A re Syndrofe, "Ah, Compagno".




Ah, Compagno, quanto ci manchi...
Il tempo si è bacato
test nucleari, fronti popolari, bordelli e multinazionali
non ci lasciano amare.
Ah, Compagno, quanto ci manchi,
spie della polizia ci salgono le scale.



Lo sai, che devo dirti, dopo hanno agito assieme,
in Cina, gennaio '77, massacrano operai.
Ah, Compagno, perché non ci stavi attento,
perché non ci stavi attento di più?
Qui è lo stesso. La gente si rinchiude nel proprio guscio.



Ah Compagno, se sapessi che fardello dobbiamo portare,
e così, per quanto stanco, sei andato avanti.
Ah, Compagno, perché non ci stavi attento,
perché non ci stavi attento di più?
Ah, Compagno che non hai tradito,
viviamo nella barbarie.




Ah, Compagno, perché non ci stavi attento,
perché non ci stavi attento di più?
Ah, Compagno che non hai tradito,
viviamo nella barbarie.

Che dire? Prima di tutto è che la canzone parla di un presente, e di un presente che -volendo- è persino peggiorato. Parla di una critica, ma non è una critica al Che Guevara, il "Compagno che non ha tradito" (però, di "compagni" che hanno tradito, ce ne sono fin troppi e lo si constata con sempre maggiore amarezza e rabbia). Parla del presente di allora e di oggi, lontanissima dall'agiografia guevariana che lo ha, in gran parte, trasformato in un simbolo vuoto, una figurina pop senza più tenere conto di quel che il Che è stato realmente, e che cosa ha davvero significato. Parla di noialtri, parla della repressione, parla della barbarie. Anche di quella che stiamo vivendo ora.

Se c'è un appunto, uno solo, che si può fare alle parole di Katerina Gogou, è quel suo pur disperato rivolgersi al Che nel dirgli: "Perché non ci stavi attento di più?" Il Che, eccome che ci è stato attento. Piuttosto, siamo noialtri che ci siamo stati parecchio disattenti; e sarà bene ridircelo accingendoci a ricordare il cinquantenario del suo assassinio. Ridircelo nel macello sociale nel quale ci siamo adagiati, ridircelo cinquant'anni dopo, ridircelo e tornare ad agire di conseguenza.

Non è un caso che una canzone del genere, pur scritta molti anni prima, venga dalla Grecia del 2012. Un paese in cui il massacro sociale, la repressione, il fascismo e il capitalismo internazionale hanno colpito duramente, e continuano a farlo.

Non abbiamo ovviamente la pretesa che, tra le canzoni che saranno cantate da qualcuno sabato prossimo, mangiando arroz con cerdo e congrí oriental, e bevendo canchánchara, ci sia anche questa. Ma un brindisi anche a tutti i compagni che non hanno tradito, ci vorrebbe. A Ernesto Guevara de la Serna e a Katerina Gogou, da Cuba alla Grecia, dalla Bolivia alle Case Minime di Rovezzano, contro la barbarie, contro la disperazione e la repressione. Adelante Compañeros. Εμπρός σύντροφοι. 

sabato 10 giugno 2017

Ottave in rima per Lorenzo Bargellini detto "Mao"




Se 'un tu ci avevi casa e manco i'lesso
C'era Lorenzo che lui ci pensava,
E 'un ve lo dico, ma succedeva spesso
Che lui per tutti si mobilitava.
La testa no non ce l'aveva rasa,
E lo chiamavan Mao o i' Capellone,
E lui co' i' Movimento per la Casa
Era dovunqu' 'e c'era la tensione.

Se c'era una famiglia disfrattata,
Oppur se c'era una occupazione,
Correva sì con l'aria trafelata
A battagliar per quella situazione.
Co' i' motorino e colla cannottiera,
Oppure colla tuta militare,
Dei senza casa era la bandiera,
L'amico ed il compagno tuttofare.

Lottava da quand'era ragazzino,
Nella Firenze degli annisettanta,
Già co' capelli lunghi e piccolino
E allora la violenza gli era tanta.
Ma lui non si lasciò mai impressionare
Da cariche e dai brutti manganelli,
E per decenni ha avuto a seguitare,
Credeva lui in un mondo di fratelli.

Non c'erano stranieri e né italiani
Ma solo i proletari e gli oppressi,
Con quella grande faccia e colle mani
Contro quelli ch'eran sempre gli stessi.
Palazzinari e speculatori,
Gli sfruttatori in giacca e cravatta,
Le banche e tutti quanti lorsignori
Che non ti lascian manco una ciabatta.

Lui unn'era pe' la “casa agli italiani”,
Come que' fascistacci che c'è ora,
La casa gli è pe' tutti e anche i' domani
E que' nazisti vada alla malora.
Lo odiavano anche quelli d'i' Comune,
I' sindaco piddino e gli assessori,
E lui faceva a i' tiro alla fune
Coi poliziotti e gli sgomberatori.

Firenze bella e Firenze dannata,
Ridotta a una vetrina per i ricchi,
Firenze espulsa e già sgomberata
A suon di sbirri e cariche e di picchi.
I' Ponte Vecchio dato a' miliardari,
La gente massacrata dagli affitti,
Consorterie di palazzinari,
Nababbi indiani in Palazzo Pitti.

Firenze in mano a questi manìaci
Che sgomberan persino i bambini,
Come per i' giardino de' Nidìaci
Svenduto a una banda d'assassini.
Firenze co' massoni e “La NAZI-one”,
Firenze, àrtro che “Angeli del Bello”,
Ché i' solo angelo a lor disposizione
E gliè ma l'angelo d'i' manganello.

Lottava ancor Lorenzo Bargellini,
Quando l'ha colto una morte sì gretta.
Ci s'è rimasti come de' cretini
Alla notizia vile e maladetta.
Ciaveva poco più cinquantott'anni,
Passati a reclamà' casa e diritti,
A fa' a' signori sempre de' gran danni
E a occupare i palazzi sfitti.

Ed or ch'è morto ci hanno pur provato
A fàgni i “coccodrilli” e i lagrimoni,
Gl' ipocriti renziani e i' padronato,
Giornali di regime e istituzioni.
E ci han provato a fàgni i “ricordi”,
Però noi 'un ci si sogna di cascàcci,
A que' tromboni rimaniamo sordi,
'Un ciàbbino nemmen da riprovàcci.

Lo abbiamo accompagnato in tremila
Da San Marco infino a Santacroce,
Tutta un'altra Firenze che ora sfila
Con una sola anima e una voce.
Accompagnato sotto la calura,
Tremila che gridavan sotto i' sole,
Trecento o poco più pe' la Questura
Che 'un sa contà, oppure proprio 'un póle.

Nipote gli era lui d'i' Bargellini,
I' sindaho detto “dell' Alluvione”,
Lui prese un'altra strada, e co' tapini
Lottò tutta una vita a profusione.
E noi continueremo la su' lotta
Senza paura e né compromissione,
A accompagnallo 'e s'era una frotta,
E sì gni s'è rifatta un'alluvione!

Lorenzo Bargellini ci ha insegnato
A non chinare i' capo a' potenti,
E tutti noi ormai 'e s'è imparato:
Non trattative ma càrci ne' denti.
Concludo con il dir che della sorte
s'illustra ognora il curioso fatto:
'E lo chiamavan “Mao” ed in sua morte
Trovato, udite, fu proprio da i' Gatto.

Non è pe' di' facezie o bischerate,
Ma gliè segno di una continuazione,
Gliè segno d'un futuro e non mollate
La lotta pe' cambià la situazione.
Sembra di rivedèllo ancora in piazza,
Ché queste sono storie mai finite,
In mezzo alla gente che s'incazza,
Ché i gatti ci hanno sempre sette vite.

domenica 8 gennaio 2017

Solidarietà al Rovo dal Belgio...con una canzone



La solidarietà può essere espressa in molti modi. Quella che segue proviene a I'Rovo dal Belgio, ed è in una forma del tutto particolare e molto bella: una canzone. Gli autori sono un compagno che si firma da sempre con lo pseudonimo di Marco Valdo M.I. e il suo "alter ego" Lucian Lâne ("Lucian Làsino" in italiano). Marco Valdo M.I. è l'autore di Dachau Express, la storia di un Resistente e disertore sardo, Giuseppe Porcu, e della sua deportazione nel lager nazista di Dachau; la traduzione in italiano (in corso di ultimazione) è stata interamente eseguita (a mano) proprio a I'Rovo. Proprio per questo, l'autore ha voluto così manifestare la sua solidarietà nei nostri confronti, assieme ad altre forme ed iniziative di cui si avrà a riparlare. Nel frattempo pubblichiamo qui la canzone che ha scritto per il Rovo, che dev'essere cantata sull'aria di Ils ont voté di Léo Ferré, il grande cantautore e musicista anarchico che era nativo del Principato di Monaco, e che visse a lungo e morì proprio in Toscana, a Castellina in Chianti. La canzone ed il lungo commento introduttivo sono interamente in lingua francese; segue una traduzione italiana integrale. "LA RONCE" è come si dice "I' ROVO" in francese.


IL TESTO ORIGINALE FRANCESE

Avant de parler de la chanson, Lucien l’âne mon ami, je reviens un instant sur son titre et sur son antienne.
D’accord, Marco Valdo M.I. Et pour dire quoi exactement ?

Ceci très exactement que cette chanson comme d’autres de celles que j’ai écrites, est bâtie sur une ritournelle qui me trotte en tête ou sur une chanson antérieure qui me sert de canevas. Ici, c’est une chanson de Léo Ferré qui sert de base à cette histoire : « Ils ont voté », dans laquelle Léo Ferré dit, notamment :

« Ils ont voté… et puis, après ? »

Ce qui pour moi reste la question centrale qui se pose à la « démocratie ». Il suffit de penser à quelques grands pays de notre monde… Je te laisse le choix.
Ici, il ne s’agit pas seulement de voter, mais aussi de brûler. Et ça sent.
Je raconte l’affaire pour qu’on situe la chanson. Elle se réfère à un événement tout, tout, tout récent.

Dernière petite nouvelle d’Italie :

Dans la région de Florence, quelque part en Toscane, le 3 janvier 2017, à 11 heures du matin, ils ont brûlé un bâtiment détruisant tout le matériel de La Ronce, une commune agricole autogérée. Un repaire de communistes ? Oui, la Ronce est une commune comme en faisaient autrefois les socialistes, les anarchistes et les communistes – avant qu’ils ne deviennent des apparatchiks.
La Ronce accueille aussi des réfugiés, des émigrés.
Elle s’est bâtie au fil des années sur cette terre en désuétude, sur cette terre abandonnée. La loi italienne de 1948 prévoyait pourtant La Terre inculte que les terres abandonnées étaient libres d’occupation et qu’elles revenaient alors à ceux qui les entretiennent et les cultivent. L’a-t-on abrogée cette loi ?
Je ne sais, mais on a pris prétexte de l’occupation de la terre pour refuser d’alimenter la commune en électricité.
Les gens de la commune n’ont pas baissé les bras. Ils se sont passé des raccordements à la modernité urbaine.
La Ronce : c’est le travail en commun, c’est les légumes et les fruits au naturel et frais, c’est un lieu d’accueil et de fêtes aussi. On y travaille, on y chante, on y mange, on y boit et mille autres jolies choses aussi. Elle augure d’un autre monde.
Mais ça ne plaît pas. Alors ? Alors, on brûle. Ô, on ne sait pas qui, ni vu ni connu. Ô ce sont certainement des malfaiteurs qui ont fait ça. Des malfaiteurs ? On a déjà connu ça vers 1920 : ils se nommaient eux-mêmes des fascistes.
Au début aussi, on brûla juste un bâtiment pour donner un avertissement, pour impressionner, pour faire peur. Il n’y eut pas de poursuites ; dans le fond, la chose arrangeait bien les gouvernants.
Puis, on brûla une grange, on brûla une ferme, on en brûla plusieurs. Puis, on bastonna les paysans, puis, on tua les gens. La chose fit scandale un moment. Il n’y eut pas de poursuites ; dans le fond, la chose arrangeait bien les gouvernants.
De fil en aiguille…
On connaît la suite : elle mit le monde à feu et à sang.
Donc, ça recommence : c’est un recommencement.
Dans le fond, la chose arrange bien les gouvernants.
Et pas seulement en Italie…

La question est : va-t-on une fois encore fermer les yeux et faire semblant de rien ?

Je vais conclure, dit Lucien l’âne, car tel est mon rôle. Joseph – sur la couverture de Dachau Express – disait :


« Refuser le fascisme. La bête vit encore. Elle sourit à la télévision ».

Il est temps de relire L’Ode à Kesselring !Lo avrai camerata Kesselring Dans laquelle Piero Calamandrei, un Florentin perspicace, disait : Ora e sempre : Resistenza !
Il le disait à Kesselring, mais ça vaut pour les autres nazis et fascistes :


Si tu voulais un jour revenir sur ces routes,
Tu nous trouverais à nos postes :
Morts et vivants avec le même engagement,
Peuple serré autour du monument
Qui s'appelle
Aujourd’hui et pour toujours
RÉSISTANCE !


Nous, on est là, dit Lucien l’âne. On n’en démordra pas. Jamais. C’est notre tâche et notre volonté de tisser le linceul de ce vieux monde avide, hargneux, envieux, sournois, fourbe et cacochyme.

Heureusement !

Ainsi Parlaient Marco Valdo M.I et Lucien Lane.


Ils ont brûlé
Et puis après ?
Chez ces gens-là, c’est une habitude,
Jamais tombée en désuétude.
Hier encore, près de Florence,
Ils ont brûlé la Ronce.
Ils sont fascistes :
Ça existe.
Et puis après ?

Ils ont brûlé
Et puis après ?
Ils brûlent les livres,
Ils tuent les gens.
Ils rôdent depuis longtemps,
En rangs sur la même piste.
Ils sont fascistes,
Évidemment !
Et puis après ?

Ils ont brûlé
Et puis après ?
Au début, ils bavaient dans leur coin,
Puis, ils sont sortis dans les campagnes,
Ils ont brûlé les fermes et les foins,
Ils ont chassé les gens et leurs compagnes,
Ils sont fascistes,
Évidemment !
Et puis après ?

Ils ont brûlé
Et puis après ?
Puis, ce fut le tour des villages,
Puis, ce fut dans les villes,
Ils rôdent près des usines ;
Partout, ils laissent leur odeur d’urine,
Ils sont fascistes,
Évidemment !
Et puis après ?

Ils ont brûlé
Et puis après ?
La caque sent toujours le hareng.
Ils jouent aux hommes parfois :
Ils sourient, ils font semblant,
Mais nul n’est dupe de ces gens-là.
Ils sont fascistes,
Évidemment !
Et puis après ?

Ils ont brûlé
Et puis après ?
Ils vont à la télé, ils ont l’air de braves gens ;
Certains fascistes sont intelligents,
Ils parlent de démocratie en souriant
Et méprisent les autres gens.
Ils sont fascistes,
Évidemment !
Et puis après ?

Ils ont brûlé
Et puis après ?
Il y en a partout
Dans les parlements, dans les partis,
Dans les églises, sur les parvis,
Il y en a près de chez nous.
Ils sont fascistes,
Évidemment !
Et puis après ?

Ils ont brûlé
Et puis après ?
Ils ont des représentants
Ils sont ministres au gouvernement,
Dans des villes, des pays, sur d’autres continents
Ils sont élus présidents.
Ils sont fascistes,
Évidemment !
Et puis après ?

Ils ont brûlé
Et puis après ?
Ils n’aiment pas qu’on vienne d’ailleurs,
Ils portent les costumes, elles s’habillent en tailleur.
Ils parlent de bonheur, ils apportent le malheur.
Ils se disent apôtres, elles se déguisent en fleurs.
Ils sont fascistes,
Évidemment !
Et puis après ?

Ils ont brûlé
Et puis après ?
Chez ces gens-là, c’est une habitude,
Jamais tombée en désuétude.
Hier encore, près de Florence,
Ils ont brûlé la Ronce.
Et puis après ?
Ils brûlent les livres,
Ils tuent les gens.
Ils sont fascistes
Ils rôdent depuis longtemps
En rangs sur la même piste.
Et puis après ?
Après ?
Après, ils restent fascistes
Évidemment !


TRADUZIONE ITALIANA

Prima di parlare della canzone, caro mio amico Lucian Làsino, ritorno un attimo sul suo titolo e sulla sua antifona.
D'accordo, Marco Valdo M.I. E, esattamente, per dire che cosa?

Di preciso, è che questa canzone, come altre che ho scritto, si basa su un ritornello che mi frulla in testa, o su una canzone precedente che mi serve da canovaccio. In questo caso, è una canzone di Léo Ferré che fa da base a questa storia: Ils ont voté, nella quale Léo Ferré dice in particolare:

“Hanno votato...e dopo?”

E' quel che per me resta la domanda principale da porre alla “democrazia”. Basta pensare a qualche grande paese del nostro mondo...Ti lascio la scelta.
Qui non si tratta solamente di votare, ma anche di bruciare. E la cosa puzza.
Racconto ora la vicenda che riguarda la canzone. Si riferisce ad un avventimento recente, anzi recentissimo.

Ultima piccola notizia dall'Italia:

Nella zona di Firenze, da qualche parte in Toscana, il 3 gennaio 2017 alle 11 del mattino, hanno bruciato un immobile distruggendo tutto il materiale del “Rovo”, una comune agricola autogestita. Una tana di comunisti? Sì, il Rovo è una comune come un tempo ne facevano i socialisti, gli anarchici e i comunisti prima che diventassero degli “apparatchik”. Il Rovo accoglie anche rifugiati e immigrati.
E' stata costruita via via durante gli anni su quella terra lasciata all'abbandono. La legge italiana del 1948 prevedeva però che le terre incolte e abbandonate fossero libere di essere occupate, e che andassero a chi le manteneva e le occupava. Questa legge è stata abrogata?
Non so, ma l'occupazione è stata presa a pretesto per rifiutare alla Comune l'allacciamento alla rete elettrica.
Le persone della Comune non hanno abbassato le braccia. Se ne sono fregati degli allacciamenti alla modernità urbana.
Il Rovo: è il lavoro in comune, è la verdura e la frutta naturale e fresca, è un luogo di accoglienza e anche di feste. Ci si lavora, ci si canta, ci si mangia, ci si beve e mille altre belle cose ancora. E' un augurio per un mondo diverso.
Però questo non piace. E allora? E allora, si brucia. Oh, non si sa chi è stato: i soliti ignoti. Oppure, saranno di sicuro stati dei delinquenti a farlo. Delinquenti? Lo si è già visto verso il 1920: si chiamavano fascisti, loro stessi si chiamavano così.
All'inizio bruciavano un edificio appena, così per dare un avvertimento, per fare impressione, per fare paura. Non ci furono conseguenze: in fondo, la cosa stava benissimo ai governanti.
Poi bruciarono una stalla, poi una fattoria, poi ne bruciarono parecchie. Poi bastonarono i contadini, poi ammazzarono la gente. La cosa fece scandalo per un momento. Non ci furono conseguenze: in fondo, la cosa stava benissimo ai governanti.

E così via...
Il seguito è noto: misero il mondo a ferro, sangue e fuoco.
Dunque, si ricomincia. Un nuovo inizio.
In fondo, la cosa sta benissimo ai governanti.
E non solo in Italia...

La questione è la seguente: si chiuderanno ancora una volta gli occhi, facendo finta di niente?

Trarrò una conclusione, dice Lucian Làsino, dato che questo è il mio ruolo. Giuseppe, sulla copertina di Dachau Express, diceva:


“Rifiutare il fascismo. La bestia è ancora viva. Sorride alla televisione”.

E' tempo di rileggere l'ode a Kesselring, Lo avrai camerata Kesselring, nella quale Piero Calamandrei, un fiorentino perspicace, diceva: Ora e sempre: Resistenza!
Lo diceva a Kesselring, ma questo vale anche per gli altri nazisti e fascisti:


Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

Noi ci siamo, dice Lucian Làsino. Non demorderemo mai. Mai. E' il nostro compito e la nostra volontà: tessere il sudario di questo vecchio mondo avido, astioso, invidioso, ipocrita, subdolo e malato.

Fortunatamente!

Così parlarono Marco Valdo M.I. e Lucian Làsino.


HANNO BRUCIATO

Hanno bruciato.
E dopo?
Per quella gente, è un'abitudine
mai caduta in desuetudine.
Appena ieri, vicino a Firenze
hanno bruciato I' Rovo.
Sono fascisti.
Esistono.
E dopo?

Hanno bruciato.
E dopo ?
Bruciano i libri,
ammazzano la gente.
Si aggirano da tempo
in fila sulla stessa pista.
Sono fascisti,
evidentemente !
E dopo ?

Hanno bruciato.
E dopo ?
All'inizio, sbavavano rintanati
poi sono usciti nelle campagne.
Hanno bruciato poderi e fienili,
cacciato via la gente e le loro compagne.
Sono fascisti,
evidentemente !
E dopo ?

Hanno bruciato.
E dopo ?
Poi fu la volta dei paesi,
e poi delle città.
Si aggirano vicino alle fabbriche :
ovunque lasciano puzzo di piscio.
Sono fascisti,
evidentemente !
E dopo ?

Hanno bruciato.
E dopo ?
Chi di gallina nasce convien che razzoli.
A volte giocano a fare gli uomini :
sorridono, fanno finta,
ma non bisogna farsi abbindolare.
Sono fascisti,
evidentemente !
E dopo ?

Hanno bruciato.
E dopo?
Vanno in TV, han l'aria di brave persone ;
certi fascisti sono intelligenti,
parlando di democrazia sorridendo
e disprezzano gli altri.
Sono fascisti,
evidentemente !
E dopo ?

Hanno bruciato.
E dopo ?
Ce ne sono ovunque,
nei parlamenti, nei partiti,
nelle chiese, sui sagrati,
e ce ne sono anche qui da noi.
Sono fascisti,
evidentemente !
E dopo ?

Hanno bruciato.
E dopo ?
Hanno rappresentanti,
sono ministri nel governo,
nelle città, nei paesi, in altri continenti
sono eletti presidenti.
Sono fascisti,
evidentemente !
E dopo ?

Hanno bruciato.
E dopo ?
Non gli piace che si venga da altrove,
portano giacche, si vestono sartoriale.
Parlano di felicità e portano l'infelicità.
Si dicono apostoli, si travestono da fiori.
Sono fascisti,
evidentemente !
E dopo ?

Hanno bruciato.
E dopo?
Per quella gente, è un'abitudine
mai caduta in desuetudine.
Appena ieri, vicino a Firenze
hanno bruciato I' Rovo.
E dopo?
Bruciano i libri,
ammazzano la gente.
Sono fascisti.
Si aggirano da tempo
in fila sulla stessa pista.
E dopo ?
Dopo ?
Dopo restano fascisti,
evidentemente !

mercoledì 1 ottobre 2014

L'ora del fucile (Un sogno)


Riceviamo da un compagno che vuole mantenere, comprensibilmente, l'anonimato. Si tratta di una canzone da intonare sull'aria de "L'ora del fucile" di Pino Masi (anno 1971).




Tutta Firenze sta esplodendo
dalle Piagge fino a Coverciano,
l'Isolotto sta insorgendo,
lotta armata alle Minime di Rovezzano
in tutta la città si riacquista coscienza,
scendiamo nelle piazze con la giusta violenza

E allora: fiorentino, è giunta l'ora di capire
che sta suonando l'ora del fucile.

Firenze dei Nardella, dei Renzi e dei Carrai,
impara che la lotta non è finita mai,
giornali cittadini, la solita schifezza,
borghesi forcaioli, degrado e sicurezza
controllo poliziesco di scala micidiale
e tutto col pretesto della pace sociale

E allora: fiorentino, è giunta l'ora di capire
che sta suonando l'ora del fucile. 

Aggressioni ai compagni, la storia è monocorde,
botte agli occupanti dell'albergo Concorde,
studenti ed operai, la stessa repressione,
il vomito di “Repubblica” e della “Nazione”
però da qualche parte un sogno dà battaglia,
lo stesso sogno della Brigata Sinigaglia

E allora: fiorentino, è giunta l'ora di capire
che sta suonando l'ora del fucile.

Oltrarno lotta per i giochi dei bambini
e sull'asfalto muore Riccardo Magherini,
Firenze che per anni un sonno hai dormito
è ora di svegliarsi e lanciare un ruggito,
ricorda qual è il suono deciso del fucile,
quello che stese a terra il fascista Gentile

E allora: fiorentino, è giunta l'ora di capire
che sta suonando l'ora del fucile.
E allora: fiorentino, è giunta l'ora di capire
che sta suonando l'ora del fucile.