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domenica 4 giugno 2017

Mao


E' morto Lorenzo Bargellini. Lottava, da sempre, per il diritto alla casa. Non aveva italiani e non aveva stranieri. Aveva una classe. Aveva proletari.

E' morto stamani di prima estate. E' morto dopo una vita passata a reclamare diritti, e a reclamarli mica con la "legalità" di lorsignori, anche se di una legalità più profonda e non corrispondente a quella delle ciance e delle malefatte del capitalismo istituzionale avebbe potuto dar dure e chiare lezioni.

E' morto persino con gli ultimi oltraggi. Quello di vedersi coccodrillare a dovere da roba tipo "Repubblica", con tanto di "una vita passata a difendere gli ultimi" quando il medesimo giornale passa la vita a difendere i primi. Oppure quello di vedersi, come informa scrupolosamente sempre il medesimo fogliaccio di regime, piombare in casa la polizia persino da morto d'infarto. Cioè, se si muore d'un colpo secco da Lorenzo Bargellini, eccoti in casa gli sbirri perché non si sa mai. Ci avranno avuto paura di un ultimo sfratto o di un'ultima occupazione, chissà.

Siccome le vite dei Lorenzi Bargellini sono spese bene, bisognerebbe continuarla. Bisognerebbe pigliarla in mano tutti quanti, questa lotta per la casa. Bisognerebbe cominciare, per esempio, a sgomberare in via definitiva tanta gente, tipo padroni, speculatori, consorterie, palazzinari, gruppi d'affari. Bisognerebbe spazzare via il vero "degrado", cosa che Lorenzo Bargellini ha ostinatamente perseguito per tutta la sua vita, pagandola spesso cara proprio a cura di chi oggi gli decreta il ricordino di prammatica con il quale sarebbe doveroso pulirsi il culo.

Proprio mentre le politiche abitative dei comuni-lager alla Minniti, proprio mentre i peggiori fascisti ci giocano sopra con sempre maggiore successo, arriva un infarto poliziottato e repubblicato a togliere di mezzo Lorenzo Bargellini. Ci possiamo piangere sopra per la perdita di un compagno e di un amico, ma non dobbiamo piangerci sopra per continuare la lotta senza paura. Che da un Bargellini ne nascano, e ne siano già nati, altri cinquemila.

Lo chiamavano "Mao", il Bargellini, che era nipote di quel Piero Bargellini, scrittore, che aveva fatto il sindaco democristiano di Firenze nel periodo dell'alluvione. Constringendo tutti a pensare, a causa del suo agire, che era assai migliore degli attuali quaqquaraqquà con velleità di ridicoli sceriffi sempre al servizio del sor padrone.

Lo chiamavano "Mao", e allora, per ricordarlo, non ci abbiamo messo la sua faccia, che tutti conoscevano, da antico guerriero inca, con le botte e le ferite di cinquantanove anni di battaglie. Ci abbiamo messo un paio di gatti neri su un tetto, ché dai tetti si vede tutto quel che succede e si difende meglio quel che viene preso, occupato, conquistato alla facciaccia loro.

Due gatti che fanno "mao". Uno che passa e uno che viene. Mao sì, mao e unghie, mao e graffi, mao e eleganza, mao e un diavolo che fa paura. Questo vi aspetta. Questo Lorenzo Bargellini ha miagolato di brutto.

domenica 11 settembre 2011

In memoria del compagno Fausto Amadei


La tua rabbia giovane urlata negli stadi.
Quella più matura fatta di polvere di selciati metropolitani, 
calpestati velocemente nella lotta quotidiana.
I tuoi slanci, le tue amarezze, la tua cristallina lealtà.
Percorsi condivisi.
Forte, senza mai cadere nell'arroganza.
Debole, come tutti, però senza conoscere la paura.
Inseguivi il sogno come tutti noi.
E quando il sogno si è annebbiato hai continuato a cercarlo, 
vagando su itinerari artificiali e accidentati.
Te ne sei andato il giorno di Ferragosto.
Lontano da qua, come fossi esule.
Te ne sei andato velocemente, perché sempre siamo stati veloci.
Nella testa e nel cuore mi rimane l'immagine.
Un ragazzone alto due metri lanciato a testa bassa contro l'ingiustizia.

Ciao, Fausto!